“Se questo è un uomo” Primo Levi - Einaudi 1947. Pagine di libro incollate su un’agenda 2006 rilegata con copertina in legno e chiavi in ferro.



Quando Cristian Vasciarelli (Contemporary Art Gallery C.30 Bologna) mi ha presentato il progetto “LETTURA FRESCA”, cioè la rilettura artistica del contenuto di un libro significativo per l’artista, utilizzando come supporto interpretativo il libro stesso, ho consumato alcune ore davanti i ripiani della libreria, nell’attesa che un volume tra i tanti suscitasse “l’ispirazione”, giusta per il progetto. Sono stato combattuto tra tre titoli, ma uno di loro aveva tra la copertina e la prima pagina, una sporgenza, un lembo di carta che non ricordavo. Lo tiro fuori e sopra c’era disegnato un carro di legno pieno di corpi privi di vita, trainato da un uomo. Lo avevo fatto nel 1996. Mi sono detto, questo è il libro: SE QUESTO E’ UN UOMO di Primo Levi.
Ogni volta che ho davanti la tensione scritta sul volto di Primo Levi, per chissà quale acrobazia emotiva o esercizio della suggestione, immagino una porta, la “porta”: quella che chiudeva i capanni dei campi di concentramento. E mi assorda un crudele frastuono di ferro e cuoio. Il ferro disumano della tortura, il ferro suonante delle chiavi degli aguzzini nel rinchiudere i deportati nei loculi dei dormitori o nei forni crematori. Il cuoio nero e lucido degli stivali dei gerarchi: ne vedo la loro follia riflessa sulle punte, i loro occhi accecati dalla forza prepotente della sopraffazione. Ma la porta è la metafora della storia, della nostra storia di uomini. La letteratura, la musica, la pittura, l’arte in generale nella sua sublime intimità, deve - e può – mantenere viva la memoria, deve lasciare aperta la “porta” della testimonianza. L’ Arte senza l’impegno, senza la forza del coinvolgimento, è futile, vana, è solo inutile manierismo estetico.
La lettura di Levi è sempre, irrimediabilmente, drammatica; lascia le piaghe nella parola, nell’immaginazione e ti domandi: “E’ questo un uomo? E’ questa la storia che precede il nostro presente? Dove era l’Uomo nel suo individualismo perverso, quando ha permesso la tragedia delle tragedie?
Siamo certi che questa storia è la pagina più sporca che l’uomo abbia potuto scrivere? Eppure sono ancora tante le barbarie contemporanee, sottaciute, finanziate. Penso alla terra di Palestina, al popolo afgano, a quello tibetano, agli irakeni, agli africani, e mi convinco sempre più che la porta non va chiusa.

La scelta del supporto cartaceo, non è casuale. Ho scelto un’agenda che mi è stata regalata due anni fa da una amica ebrea. Me la regalò perché potessi segnarci sopra i giorni a venire, ma soprattutto perché disegnassi i volti immaginati dei suoi familiari (11) morti a Birkenau. Da anni con l’arte mi sforzo di interpretare la shoah, avverto la necessità di non dimenticare, di non far dimenticare, ma soprattutto di pensare che chiunque osservi i miei lavori dedicati allo sterminio degli ebrei, risvegli la coscienza e tremi di fronte a tanta disperazione. Quando si affronta l’Olocausto è difficile - se lo si fa con gli strumenti della rappresentazione pittorica - non cadere in una certa oleografia, tante volte riproposta attraverso la documentazione fotografica. D'altronde, come si fa a trasmettere o a immaginare lo sterminio degli ebrei, se non si ricorre al filo spinato, alle recinzioni elettrificate, agli zoccoli di legno, alle divise a bande bianche e blu, ai camini dei forni crematori, alla eleganza rigorosa delle divise delle SS e ai vagoni merci piombati diretti verso i campi di concentramento?
Allora il compromesso è: riproporlo nelle modalità artistiche più emotivamente comunicative, il più vicino possibile alla sensibilità dei fruitori, di chi conosce la storia o la rievoca attraverso le immagini del disegno, dei colori. Un modo altro per ricordare.

IL VIAGGIO

DU JUDE KAPUTT

SUL FONDO

OTTOBRE 1944

KA-BE

02464438

024644164

L'ULTIMO

02464421

PRIMO

INIZIAZIONE

A.H

tratto da "POI TORNERO' " (2006) di Stefano Laboragine




[...]Guido era molto legato alla figura di Mario, era stato lui a indirizzarlo agli studi di filosofia. E quando evitava di farlo con me, era con lui che effondeva i suoi dolori, spargendo i dissapori sulle sorprese della vita.
Arrivati alla “casa rossa” Guido esclamò il suo nome.
Di rosso quell’abitazione non aveva nient’altro che una trentina di centimetri di intonaco lungo il perimetro della porta d’ingresso, che trovammo spalancata.
“Il mio Guido, che gioia! Entrate vi prego”
I due si abbracciarono come se a legarli ci fosse qualcosa di più di una semplice amicizia, un segreto un patto di sangue.
“Mario, lui è Alfredo”.
“Finalmente ho il piacere di conoscerne il volto, perché di lei so praticamente tutto”.
Risposi con il primo appellativo che mi venne in mente, dettato dal grande rispetto che provavo per quella persona.
“Il piacere è mio maestro”.
Nei suoi occhi si pose una luce nuova, e la bocca non riuscì a frenare le grinze del sorriso, rialzandogli di poco le narici.
“Erano anni che non sentivo chiamarmi così, lei è molto gentile ma va benissimo Mario”.
Incerto della capacità di dargli del tu, per un po’ evitai di chiamarlo.
Con quel titolo che spetta solo agli artisti veri, lo affogai di gioia. Lo stesso Guido ne fu felice, e stanco si riversò – senza cerimonie – su un vecchio divano, dove immonde coperte sostituivano mediocremente l’estinta imbottitura. Minuscole particelle di polvere si liberarono leggere nell’aria, e alla luce del sole, che tagliava lo studio fin sotto il tavolo, sembrarono luccicare. Era il respiro vecchio della casa rossa: un'unica enorme stanza con l’unica finestra che immortalava i piedi della collina e buona parte di C.
L’essenza del diluente e del colore avevano sostituito da tempo l’ossigeno. Mi domandai curioso se Mario avesse mai conosciuto l’aria di quel paese. Dal soffitto pendolavano anse di filo elettrico, diramandosi dall’unica presa verso le numerose lampade che sorvegliavano lo studio. Ai piedi di una parete, dove al centro dominava un enorme tronco scavato, forse una scultura, erano posate decine di tele di vario formato. Mi insospettì il fatto che erano poggiate lasciando in vista il telaio e non il dipinto. Forse un riguardoso biasimo per le opere non soddisfacenti. Dei tre cavalletti ai lati del grosso tavolo due erano occupati da tele. Stava lavorando a quello più vicino all’ingresso. Poggiata sui braccioli di una scranna, con il colore originario ricoperto da una vernice viola, il dorso di una vecchia chitarra fungeva da tavolozza all’unico colore che, presuntuoso, dominava tutte le tele.
Su un vecchio comodino saccheggiato dalle tarme, con il ripiano in marmo, in bella vista si ergeva un giradischi, la cui incolumità apparve la più garantita. Ricordai le puntine che avevo lasciato in auto e corsi a prenderle, incollando la curiosità agli occhi dei due.

Tornato mi avvicinai al pittore così da vederlo per la prima volta da vicino. Era come se, nell’età della ragione, fossi finalmente riuscito ad accertare l’esistenza di uno dei tanti personaggi che, sin dall’infanzia, ognuno di noi si porta dentro: i tanti uomo nero o i fasulli babbo Natale.
Con una strana forma di balbuzie, dettata più dall’emozione che dalla timidezza, pronunciai il suo nome e gli diedi la confezione di puntine.
I suoi occhi neri, spazzolati dalle folte sopracciglia, si impreziosirono di un più intenso umore, da farli sembrare di smalto. Bastò quello sguardo a sostituire la riconoscenza per quel dono.
“Oh, Alfredo oggi hai portato in questa casa il vero colore che fa compagnia alle mie ore: la musica. Sono più di venti giorni che lavoro senza”.
Evitai di riferirgli il triste destino che il negoziante dei portici – come un santo – presagì su ciò che sarebbe toccato a quegli strani oggetti della scienza umana, e dal mio volto gli spedii un sorriso.
Con un guizzo si diresse verso il divano che stava servendo la stanchezza e il sonno di Guido, si inginocchiò ai suoi piedi e afferrategli entrambe le pieghe dei pantaloni, con un gesto simpaticamente confidenziale, gli sollevò con forza le gambe. Guido si trovò disteso come se stesse su un letto. Non richiedeva astuzia capire che quel relitto di soggiorno era davvero il letto di quella casa.
Da sotto il divano tirò fuori una vecchia valigia, più simile a una scatola, che tracciò sullo sporco del pavimento delle strane scie. L’aprì e ne tirò fuori dei dischi. Ne scelse uno con una copertina sgualcita e gli angoli ricurvi, da dove era impossibile spiare l’autore. Con una minuziosa operazione inserì la puntina sotto l’estremità del braccio del giradischi, la poggiò sul disco e azionò un pulsante.
Un suono cadenzato, come di una marcia, cominciò a vibrare sulla stoffa dell’altoparlante. Il volume s’alzò da solo, come per un istinto elettronico, a voler rivendicare tutti quei giorni di mutilato silenzio, e la voce melanconica di Edith Piaf, elegantemente, cominciò a riempire quel disordine.
Accesa una sigaretta, iniziò a fumarla con uno smanioso piacere, fissando il soffitto maculato dal mestruo invernale del tetto. Dondolava in completa armonia con il disco, mentre Non je ne regrette rien andava deliziosa, penetrando in tutti quegli oggetti come un disinfettante.
Guido con gli occhi chiusi, nella posizione obbligatagli da Mario, respirava profondamente come se stesse, per un serafico gioco della fantasia, attribuendo alla canzone delle immagini. Era la colonna sonora di un momento che non avrei mai voluto interrompere.
Con piccoli passi di chi in gioventù è stato un invidiabile ballerino, il pittore cominciò a girare su se stesso nei pochi metri vuoti di quel mondo privato e inconcepibile. Rotti gli indugi, mentre la cenere degli ultimi respiri della sigaretta cascava sul pavimento, simulò, col gesto delle braccia, di trattenere un’invisibile danzatrice.
Il mio sorriso mutò in risata soddisfatta. Vedere quell’uomo anziano, che aveva dedicato la sua esistenza interamente alla pittura e alla delizia dell’arte, ballare con la donna più bella e raffinata del mondo che non si fosse mai vista, arricchì le mie personalissime riflessioni sulla vita. Lo immaginai in piena notte, lontano dagli occhi compiaciuti dei suoi collezionisti, che tra una pennellata e l’altra si fosse messo a danzare così, semplicemente, gioiosamente, nostalgicamente, da solo con la fantasia.
Quella canzone sembrò eterna. Trovai spazio tra i piedi di Guido sul divano, e con lo sguardo su Mario ne attendevo senza premura la fine. La puntina inciampò sugli ultimi giri del disco. L’artista con apprensione corse verso il giradischi, a liberarlo da quel difetto universale che condanna tutta la musica graffiata da quegli affascinanti riproduttori. Non seppi trattenere l’entusiasmo di un applauso.
Guido estraneo, aprì gli occhi sorpreso, cercando di capire quale esclusiva esecuzione avesse perduta.
“Eh, sì… sì… la musica è una scienza che tocca i sensi, senza chiederne il permesso”,
ci confidò orgoglioso Mario avvicinandosi a quel divano che sembrava intriso da un antiquato piscio di gatto, e spense la sigaretta in un coperchio d’alluminio, sazio di mozziconi, che serviva da posacenere [...].

LA CLASSE OPERAIA VA IN PARADISO?


Ho sempre creduto che la straordinaria sceneggiatura del film scritta da Ugo Pirro ed Elio Petri, fosse uno spaccato romantico, quanto drammatico, della condizione operaia nelle fabbriche del Nord. La cronaca di questi mesi mi lascia pensare che in fondo quel titolo è in qualche modo profetico: non c'è scampo per gli operai...
Immagino San Pietro sull'uscio dell'eterna felicità, che consegna casco, guanti e scarpe antinfortunio ai suoi inquilini augurando loro "buon lavoro" e chiedendo scusa per i padroni distratti e incoscienti che hanno conosciuto sulla terra.

SUL FILO DI LAMA



Non sempre il talento delle persone viene pienamente riconosciuto e gratificato. Sì, viviamo in una società corrotta, lo so, fatta di "caste" (io preferisco chiamarle cosche e non per ironia) dove prevale il più forte non perché è tale in termini di professionalità, capacità e impegno, ma solo per via di legami più o meno stretti "con chi può",con chi promette e mantiene, con chi fa della meritocrazia un dettaglio trascurabile in questo Paese che ne estranea per intero il significato. Marcellino Lombardi è un giovane autore e un mio carissimo amico che scrive da sempre, e da sempre lo sa fare. Marcellino ha molte storie, alcune vissute in prima persona altre interpretate, che racconta con una raffinata e arguta capacità letteraria. Le storie che narra in brevi racconti, tracciano un profilo amaro e reale della nostra Italia contemporanea, in alcuni profetizzando addirittura situazioni attuali. Il tutto viene scandito con uno stile ironico e tagliente che sublima il paradosso e non può trattenere le risate del lettore che però, terminato il libro, deve necessariamente portarsi dietro le amare verità che Marcellino ha saputo tracciare. Il libro è da poco uscito per la casa editrice Nuovi autori e vi consiglio vivamente di non farlo mancare nella vostra libreria. Questo post non vuol essere un partigiano panegirico nei confronti di un fraterno amico, quanto piuttosto la testimonianza di come, a volte, anche chi non porta impresso sulla carta d'identità cognomi blasonati e non conosce caste, può riuscire a lasciare delle proprie passioni, del proprio talento il segno.

Auguri Marcè

CENSURATO


Finire un quadro vuol dire farlo apparire in uno splendore per sempre inalterabile, puro, duro come la verità, tutto quel che mostra, rivela o suggerisce fino in fondo, nelle intenzioni, processi,ecc, la sua fabbricazione. Rendere il processo della pittura trasparente alla luce della mente. Rendere assolutamente chiaro il processo della ricerca, questo accrescimento, questa falsa e volontaria intenzione dell'arte, rendere chiari questi gradi, e strati di esercizio verso la luce, verso la liberazione. Fare di una tela una scala di conquista, ove la forza dello stile valga come viatico, e le tracce del lavoro risplendano come talismani.

BUON ANNO



A TUTTI VOI
CHE RAMINGHI VI AGGIRATE TRA LE STRADE SCONOSCIUTE DI QUESTO BLOG CHE NON HA NESSUNA PRETESA SE NON QUELLA DI CONDIVIDERE GLI UMORI BUONI CHE CERTI COLORI SPRIGIONANO QUANDO VENGONO LIBERATI DALL'ALLUMINIO PIEGHEVOLE DEI TUBETTI,
A VOI CHE CREDETE CHE L'ARTE E' FORSE L'UNICO LINGUAGGIO CHE RICONOSCE LIBERTA' ALL'UOMO,
A VOI ARTISTI CHE VIVETE NEL SOGNO DI DIPINGERE IL MONDO COPRENDOLO PER SEMPRE DAL GRIGIORE CHE LA STORIA GLI HA CUCITO ADDOSSO COME UNA SARTINA IMPROVVISATA,
A TUTTI VOI CHE AVETE LA CERTEZZA CHE L'ARTE PUO' RIDARE LA RAGIONE A QUESTO PIANETA IMPAZZITO,
A TUTTI QUELLI CHE CREDONO CHE UN'OPERA D'ARTE E' SOPRATTUTTO UN'AVVENTURA DELLA MENTE,
AGLI ARTISTI DI TUTTO IL MONDO, A QUELLI CHE SENTONO, ALL'ALTEZZA DEL CUORE, UN PIZZICORE INSPIEGABILE OGNI VOLTA CHE SI TROVANO DIFRONTE L'ETEREA BELLEZZA CHE SI RESPIRA SUL CORPO DI UNA TELA VERGINE,
A QUELLI CHE IMPUGNANO IL PENNELLO COME UNA POTENTE ARMA DI PACE,
A TUTTI VOI AUGURO UN 2008 DI CREATIVITA' E PASSIONE, DI ARTE E AMORE ASSOLUTO.


La sola arte di cui mi accontento è quella che, elevandosi dall'inquietudine, tende alla serenità.

labò

DI-SEGNO



Il disegno evidenzia un tratto abbastanza automatico nell'ambito di una esperienza che risente dell'informale. In seguito si struttura in vere e proprie immagini che tuttavia, tenendo conto del significato di ricerca inconscia del momento precedente, assumono valenze simboliche che si rifanno appunto alla psicologia del profondo. Tali immagini emblematiche, con connessioni e interferenze reciproche, si organizzano man mano in racconto. Il segno, acquistando più peso lo spazio, andrà man mano sfaldandosi e rarefacendosi, assumendo il significato di "viaggio" verso ambiti ignoti. L'esperienza tiene conto, direi, delle varie precedenti, riunendo il segno-viaggio al segno immagine, quest'ultima più libera e più ambiguamente stratificata nel suo significato emblematico.

da "APPUNTI DI UN AUTODIDATTA" - MEDITANDO SUL SEGNO DELLA PITTURA E DELLA SCULTURA


(AI LIMITI DELLE PROPRIE FORZE).
Dato che: pesi di linguaggi, sistemi verbali, opere scritte, dipinti appesi, soluzioni che restano tra l'idea e le sospensioni; e tutto ciò che bagaglio conosciuto per i posteri enciclopedici o museografici o tutto ciò che bruciato sotterrato pensato e non eseguito, intercorre nello spazio fisico e mentale da quando: l'opera monumentale per necessità si è datata fa sì che il discorrere in maniera armonica intellettuale od operistica formula la grande esercitazione da palestra e foglio (forse) agli esrcizi in corso.

JOB LUNCH


Considero il mio lavoro una pura espressione di ordine mentale otticamente percepibile: visualizzazioni di pensieri, senza alcun riferimento esteriore alla natura, o volontà di trasformazione della stessa; senza cioè l’intervento di un processo di astrazione. In questo momento, facendo riferimento al dipinto, è sopraggiunta nella mia ricerca la necessità di richiamare, di rimettere in discussione il segno della PITTURA-PITTURA, della pittura nel senso stretto del termine, la pennellata, la sfumatura; richiamare in azione lo stato d’animo e le sensazioni, e dove, si sa, agisce anche l’impulso di distruzione, il gusto della contraddizione. Cosicché nelle mie opere più recenti il segno dell’immediata urgenza espressiva contraddice l’intenzione progettante, il segno “linguistico”, le campiture impersonali, lo sforzo teso a mantenere l’ordine, il rigore acquisito. Nel mio pensiero è sempre stato presente il desiderio di MUTAZIONE, senza però tralasciare di perseguire una identificabile CONTINUITA’.

da "APPUNTI DI UN AUTODIDATTA" - DECOMPOSIZIONE DEI RIBELLI

ERRI

Sporadicamente mi prendo la licenza di interferire su questo blog, che dovrebbe interessarsi principalmente di arte, con tematiche altre che irresistibilmente voglio condividere con chiunque si trovi a curiosare tra i miei post. Sì, lo ammetto già le layout hanno poco a che fare con la mia pittura, ma forse nel loro sarcastico e ironico contenuto (ammesso che sia ironico… alcuni sono drammatici) c’è qualcosa di artistico, di dissacrante, almeno nei titoli. Questa volta voglio parlarvi di uno scrittore, un grande scrittore ma soprattutto un grande uomo. E’ il mio preferito e non solo perché napoletano, ma perché lui di storie da raccontare ne ha davvero tante e tutte vissute sulle spalle, incise nella pelle sottile che gli protegge il viso ossuto e sereno che ha la fortuna di avere. Parlo di Erri De Luca, alter ego dei miei giorni passati e di quelli a venire. De Luca è noto al panorama letterario italiano, e non solo, per la sua straordinaria qualità narrativa che gli viene riconosciuta anche da premi importanti (che lui rifiuta di ritirare), ma anche per le sue vicende personali: a diciotto anni, nel 1968, si trasferisce a Roma. Qui, abbraccia l'azione politica, respingendo la carriera diplomatica alla quale era avviato. Negli anni '70, è dirigente attivo in seno al movimento d'estrema sinistra Lotta Continua diretto da Adriano Sofri. In seguito lavora come operaio qualificato alla FIAT, come magazziniere all'aeroporto di Catania, camionista, poi muratore, e come tale lavorerà in diversi cantieri francesi, africani e italiani. Benché non avesse smesso di scrivere dall'età di vent'anni, il suo primo libro, Non ora, non qui, è pubblicato in Italia soltanto nel 1989. Ha praticamente quarant'anni al momento di questa prima pubblicazione e continua a lavorare nell'edilizia. Durante la guerra nella ex Iugoslavia, è conducente di convogli umanitari a destinazione della popolazione bosniaca. Ha imparato numerose lingue da autodidatta, tra cui lo yiddish e l'ebraico per tradurre la Bibbia, alla quale dedica ogni giorno un'ora di lettura, anche se si dichiara non credente. Io De Luca lo porto al lavoro: nella mia borsa non mi faccio mai mancare un suo scritto. Il bello dei suoi libri(solitamente non superiori alle centoventi pagine) è che si fanno consumare lentamente, ti avvolgono nella poetica come cera e non hai voglia di divorarli subito; sono come un vino invecchiato di anni o un buon sigaro: vanno assaporati. Assorbi tutte le parole con la calma e la lentezza che meritano, perché ti restino impressi tutti i sapori, perché ti lascino tracce irripetibili. Io De Luca lo “mangio” nella pausa pranzo assieme al panino. Leggerlo in quella mezz’ora è come una carezza paterna, è come l’abbraccio di un amico vero, è come una compagna che sai non tradirà mai i tuoi sogni, e parola dopo parola, ingoio tutte le lettere, tutte le virgole. Bastano poche pagine a saziarmi…

"Sono rimasto a fare l’operaio, là dove avevo cominciato. Mi spinge a questo mestiere solo il desiderio di restare a farlo fino all’ultimo giorno.” Hai conservato a lungo un corpo teso, veloce. “E’ frutto del lavoro manuale, anche se il termine non è esatto, non è nelle mani la fatica. Preferisco chiamarlo lavoro dorsale, è lì che si accumula lo sforzo. Alla sera nel letto risento sulle costole i quintali che mi sono passati addosso. Le mani non penano al lavoro, ma una schiena che è rimasta china o sotto carico tutto il giorno è solo un fascio di nervi indolenziti. Perciò li chiamano lavori dorsali. Con gli anni la cadenza della fatica è entrata nel sangue, la vena batte i colpi necessari, il corpo si conforma allo sforzo. In quelle ore riesco ad accogliere pensieri, c’è un tempo per loro sotto il respiro corto, sotto il sudore. Passano parole in viaggio, appunti che trattengo a mente e mi fanno compagnia. D’improvviso sul cantiere un operaio sotto un lavoro intenso attacca un canto, un’allegria impossibile. E’ lo sfiato di un pensiero uscito dai colpi regolari, mentre spala macerie o attacca calce con il colpo rapido del polso: un ritmo di respiro gli ha ricordato una frase, una strofa e lui la canta. Nessuno lo segue, ma lui continua finché ha smaltito lo spunto salito da uno sforzo. Invece io non canto, rigiro in testa qualche frase e la conservo fino all’ora di uscita” (da Aceto, Arcobaleno, di E. De Luca ed. Feltrinelli)

ROSSO



Capita che ti trovi una mattina di lunedì per strada. Capita che tra i tanti semafori pedonali che incontri sul percorso che ti porta al lavoro, uno ti faccia riflettere. Rosso. Stop. Obbligo di fermata. Capita anche che non sei da solo. Uno, due, cinque, vecchi, bambini, ragazzi con le orecchie tappate dalle cuffiette, mamme con i passeggini. Capita, è successo a me, di fissare, come per un'ipnosi obbligata, quella potente lampadina rossa che si riflette sull'asfalto bagnato. E pensi: fammi vedere se anche gli altri stanno facendo la stessa cosa. Scoperta: no!. Sono solo io a guardarlo, gli altri con la testa china o con lo sguardo proiettato verso altri nebbiosi orizzonti, aspettano che i miei piedi diano il via. Una sorta si silenzio assenzo, una sorta di fiducia cieca: è inutile stare lì a fissare quel palo luminoso, basta uno che si avvia e possiamo andare. Pascoli erranti di bipedi civilizzati verso la transumanza del nulla. Tutti spinti in avanti dagli orologi che inghiottono avidi ore in minuti, e non sono mai abbastanza. Corriamo, aliti affaticati, corse di mocassini sui marciapiedi. Corriamo... dove? Verso cosa? E ti accorgi che la società moderna, le grandi città, sono abitate da automi telecomandati. Sì, il semaforo è importante, ma ti accorgi dell'idifferenza degli sguardi, del grigiore dei loro occhi pronti a recepire tutti i messaggi non verbali che riempiono le strade larghe delle metropoli. C'è qualcuno che ogni giorno, come un comandante di plotone, ordina masse di uomini di tutti il mondo, senza pronunciare parola, solo con l'utilizzo di tre colori:verde, giallo, rosso. Lo so, questa riflessione può apparire demenziale, ma sono queste le cose che mi sottraggono l'attenzione per ore, a volte (vergognandomi anche un pò...) per giorni. E se ci fosse "uno" solo a muovere l'interruttore On- Off? Il semaforo non è solo quello straordinario attrezzo luminescente ideato per regolare i flussi caotici del traffico, è anche - è mio parere - la metafora ridicola della nostra società, di questo assurdo presente fatto di rumore nel silenzio delle parole. Non si parla più. E se per un normalissimo guasto, il rosso di quel semaforo si fosse bloccato? Saremmo ancora lì ad attendere nuovi ordini dal comandante tricolore. Questo è un dramma, la nostra civiltà è ferma al semaforo, strettamente legata -in modo vitale - alle tecnologie (come farei senza il mio blog?!). Sembra non esserci più spirito critico, totalmente assente l'interazione fra i tanti attori della società, neanche con l'antico e anacronistico "buongiorno".
E se domani ai semafori ci guardassimo negli occhi e ci sorridessimo? Basterebbe anche una banale riflessione meteorologica sul tempo: "Eh, sembra proprio che sia arrivato l'inverno", "Sì, sembra proprio di sì; "Ah, ecco è verde!", "arrivederci", "buona giornata". Che il semaforo pedonale diventi nello spazio urbano del mondo, il palo luminoso della socialità. Al rosso non fermatevi, andate avanti con la mente.

A PRANZO CON MARX


Quando una cultura non possiede le virtù della vita capace di progettare il futuro, diventano virtù anche quelle di una vita in declino: si può così, nel tramonto, prolungare la parabola della creatività e consentire che ancora un segno sia lasciato sulla terra. "Decadenza" può designare, negativamente, il processo di degradazione della civiltà, di disgregazione dei valori su cui essa si è originata, di perdita della sua unità organica. Non ricordo quale psicologo (reminescenze di letture abbandonate sul comodino per mesi, troppo inquietanti per facilitare il sonno), credo francese, sosteneva che, nelle fasi di decadenza, come la vita non risiede più nel "tutto", anche lo stile nell'arte decadente dissolve l'unità dell'opera: la pagina si separa dal testo che la contiene e la giustifica, poi la stessa pagina si decompone, rendendo autonoma la frase che, a sua volta, toglie ogni vincolo alla parola, lasciandola nella sua totale indipendenza, completamente separata dal contesto di cui fa parte (sarà un esempio valido? boh...). Lo stile del declino è una "anarchia" di parti disarticolate, lontane dall'origine e prive di fondamento, che impedisce all'opera di testimoniare la verità e ne spezza il legame vitale con il mondo. Spesso mi trovo sull'isola senza mare del declino: decadenza assoluta.

JAZZ

LA DOMENICA DELLE SALME

GAETANO ARFE'


Vi domanderete: «chi è questo signore della foto?». Forse il suo volto è poco noto, ma il suo nome e il suo impegno politico e culturale senz’altro no. E’ il professore Gaetano Arfè. No, non uomo d’arte, ma un uomo come pochi che si ha la fortuna di conoscere nella vita. E’ stato il mio professore di storia contemporanea all’università è soprattutto è stato un maestro per chi, come me, ha avuto la fortuna di seguire i suoi appassionanti corsi. Se ne è andato il professore Arfè, il 13 settembre di quest’anno. Gaetano Arfè era nato a Somma Vesuviana (Napoli) il 12 novembre 1925. Laureato in Lettere e Filosofia all'Università di Napoli nel 1948, si specializzò in Storia presso l'Istituto italiano di studi storici presieduto da Benedetto Croce, con cui entrò in contatto fin dal 1942.
Nel 1944 si arruolò in una formazione partigiana di "Giustizia e Libertà" in Valtellina. Nel 1945 si iscrisse al Partito socialista e divenne funzionario degli Archivi di Stato intorno al 1960. A Firenze era già entrato in contatto con Calamandrei, Codignola e il gruppo de "Il Ponte" e aveva collaborato con Gaetano Salvemini alla raccolta dei suoi scritti sulla questione meridionale. Nel 1959 venne nominato condirettore della rivista "Mondo Operaio", carica che conserverà fino al 1971. Dal 1966 al 1976 fu direttore dell' "Avanti!". Nel 1979 venne eletto deputato al Parlamento europeo per il collegio Nord-est, fu relatore sul tema della politica televisiva europea e promotore della Carta dei diritti delle minoranze etniche e linguistiche, e altro ancora.
Ho voluto dedicargli un piccolo spazio nel mio blog perché giorni fa, leggendo un saggio a lui dedicato, scritto dal caro e stimato amico Ugo Frasca (giornalista pubblicista, insegnante di Storia del pensiero politico contemporaneo presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università "Federico II" di Napoli), ho avvertito la necessità, per la lucidità, per la schiettezza, per la lungimirante prospettiva dell’analisi del contesto nazionale e internazionale, per la rara onestà intellettuale che il professore vantava, di ringraziarlo ancora una volta per tutto ciò che ha fatto, per tutto ciò che ha lasciato in eredità alla cultura di questo Paese ormai alla deriva. Il Professore, durante una lezione in cui si parlava dell’ 8 settembre, chiese a ognuno di noi un parere sul libro di Claudio Pavone “Una guerra civile”, ascoltò i nostri pareri con interesse, poi alzatosi da dietro la cattedra, disse: “sì, è stata una guerra civile, ma oggi sento di dire che è stato soprattutto un fratricidio". Lui la storia non la insegnava, la raccontava.